Treia, Città del gioco del pallone col bracciale

La balaustra vista dall'Arena del Gioco del Pallone col  Bracciale
La balaustra di lontano sembrava quella di qualsiasi terrazzo, ma da vicino era poderosa… era la cimasa di una enorme scarpata che andava giù giù fino in fondo dove c’era una cosa che se fosse stata brutta, avrebbe potuto essere l’inferno tanto era profonda; ma era chiara luminosa, liscia come un’altra piazza dentro la cornice di un lungo muricciolo e di due scalinate: quello era il gioco del pallone… Il bracciale era un manicotto di legno duro con grossi spunzoni come un bugnato a punta di diamante, attraversato nell’interno da qualcosa a cui si afferrava la mano del giocatore. I giocatori erano vestiti di bianco, calzoncini corti adorni di pizzi, legati al ginocchio con nastri sopra le lunghe calze bianche, scarpe basse, una giacchetta a sacco piena di falpalà e di trine come i matinée delle signore; in vita una sciarpa di seta colorata pendente da un lato con frange d’oro… Per il gioco del pallone ci voleva un muro… A Treja c’era il muro, ma non fabbricato per il gioco, era il muro che sosteneva la più bella piazza pensile del mondo… Da quel gioco del pallone era uscito un giocatore che se non era lui, era il diavolo; per la bravura di quel diavolo trejese, il recanatese Leopardi scrisse l’ode A un vincitore nel giuoco del pallone. Quando giravo… sotto le logge… era il nome ad entrarmi di prepotenza negli occhi tanto era scritto grosso in una lapide: “Carlo Didimi”.

Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, Mondadori